Scienza, Territorio, Archeologia – di Nazzareno Straccia

Introduzione

Negli ultimi anni, i progetti europei (6° e 7° programma quadro ed H2020), i progetti ESA (Agenzia Spaziale Europea)  e per noi italiani i progetti ASI (Agenzia Spaziale Italiana), collettivamente hanno costituito  una fucina di interdisciplinarità unica dove ricercatori provenienti da diversi campi scientifici, hanno creato un unicum, realizzando sinergie mai sperimentate  prima,  che hanno finito per sorprendere gli attori stessi.  Uno di questi campi è stato senz’altro quello che a livello internazionale è etichettato con la sigla inglese di: Cultural Heritage (Patrimonio Culturale). In particolare il mio personale apporto è stato quello di esperto di tecnologie e dati satellitari sia ottici che radar, del  loro processamento  e della loro analisi, utilizzati a fini archeologici. Tali progetti hanno messo  insieme competenze in modo che, dove finisce una, inizia l’altra. Per fare un esempio pratico, io non sono archeologo, ma conosco lo spazio e il telerilevamento. Un archeologo infatti ha un background fondamentalmente umanistico  e difficilmente conosce tale disciplina, ma messi insieme coprono uno spettro di possibilità enormemente superiore rispetto a ciò che ognuno copre singolarmente.

 Case Study

Uno dei progetti pionieristici, da questo punto di vista,  che ha fatto scuola, è stato  il progetto  WHERE,  finanziato dall’ASI (Agenzia Spaziale Italiana). In particolare si sono messi fianco a fianco diversi gruppi di ricercatori, ma ai fini della  tematica qui considerata , voglio citare oltre al sottoscritto,  i più stretti collaboratori quali: Renzo Carlucci (direttore di riviste specializzate come: Archeomatica e GEOMedia, nonchè, al tempo,  professore di geomatica all’università di  Roma  Tre) , Alessio Di Iorio (astronomo e di titolare di Alma Sistemi SNC oltre che promotore primario del progetto), Chris Stewart (ricercatore ESA – Agenzia Spaziale Europea) , Michele Fasolo (archeologo), etc. Uno dei problemi  che avevamo era quello di capire come il telerilevamento  satellitare potesse  essere di aiuto  nello  scoprire manufatti sotterrati, quindi , in ultima analisi, la loro posizione (individuazione),  la loro estensione, etc.

Metodo

La piattaforma satellitare da sempre ha il grosso vantaggio  di coprire grandi aree  e di osservare grandi spazi che nessun altra piattaforma terrestre o anche aerea può fare, grazie al particolare punto di osservazione da cui opera.  Qui però non era solo materia  di area osservata , ma soprattutto di come, con quali sensori. Era noto già a priori che nè i dati ottici nè i dati radar (almeno alle nostre latitudini) avevano capacità di penetrazione del terreno e quindi la possibilità di rilevare strutture sommerse, mentre sicuramente  era noto sia dalla bibliografia che dai dati di archivio, che sensori all’infrarosso erano capaci di rivelare strutture sommerse. La certezza dell’informazione contenuta nei dati all’infrarosso veniva in particolare dal fatto che verso la fine della  seconda guerra mondiale, ricognitori inglesi avevano scattato foto all’infrarosso e ci si era accorti che sotto l’aeroporto di Centocelle  si celava e si cela ancora oggi la villa di Elena madre dell’imperatore Costantino, si disponeva di tali immagini per cui la certezza era davanti ai nostri occhi.  Il problema però era che, mentre si disponeva di un’abbondante quantità di dati ottici e soprattutto di facile reperibilità  e di buona risoluzione, non si poteva dire altrettanto per i dati all’infrarosso da satellite e di certo non gratuitamente.  Se, come dice il proverbio, necessità fa virtù,  fu lo studio di immagini provenienti da alcuni siti campione  (Ostia Antica nella fattispecie) che incoraggiò  ad andare avanti nell’analisi di dati ottici.  Furono necessarie più di qualche ora di analisi, di osservazione, di filtraggio e miglioramento delle immagini, ma alla fine qualcosa arrivò. Prendiamo per esempio  questa immagine di Ostia Antica ed in particolare l’area circoscritta dall’ellisse rossa.Articolo per Occhio_1-1.jpg

Da questa immagine di certo non si evince assolutamente che in quell’area vi possano essere delle strutture interrate, ma guardate cosa accade se scorriamo durante i vari mesi e le diverse stagioni cosa accade:

Articolo per Occhio_1

La presenza di strutture interrate influisce sia sulla ricrescita dell’erba che nel differenziare l’umidità del terreno e quindi la diversa velocità di asciugamento per esempio dopo una pioggia. In altre parole se l’immagine viene scattata appena l’erba spunta (quando essa è bassa, corta) tende a disegnare, o mappare che dir si voglia, con la sua ricrescita disomogenea la struttura sottostante grazie alla diversa umidità puntuale del terreno. Questo fatto insieme ad un altro elemento importantissimo, ovvero che il satellite di osservazione terrestre è un oggetto orbitante e quindi osserva periodicamente e ciclicamente la stessa scena, permette di disporre di immagini relative alla stessa scena in diverse stagioni ed in diversi momenti. Se l’area non è urbanizzata, si può tentare di individuare quello che normalmente a occhio nudo e sulla terra non riesce a fare.  Nessuno vuole fare invasione di campo, nè tantomeno spacciarsi per quello che non si è, ma storicamente siamo abituati a pensare agli archeologi come figure molto terrestri che scavano alla ricerca di oggetti antichi, nessuno poteva supporre a priori che dai satelliti, dal telerilevamento, che è tutt’altra scienza , potesse venire un’informazione cosi utile al terrestrissimo archeologo. Ecco la multidisciplinarità, l’unione delle forze che porta a risultati apprezzabili per il team, il gruppo di ricercatori, che insieme fanno squadra, ma soprattutto per usare un termine calcistico, fanno goal. A conferma di quanto sin qui emerso analizziamo un’altra immagine, presa anch’essa in un periodo diverso dalle prime due esposte.

Articolo per Occhio_1-3.jpg

Anche da questa immagine si intuiscono delle forme geometriche regolari disegnate dalla ricrescita erbosa ed osservate dal satellite che rafforzano le ipotesi fin qui fatte. E’ chiaro che in una zona archeologica come quella di Ostia Antica sembrerebbe voler vincere facile, ma lo scopo prima di tutto  è quello di illustrare il metodo, la procedura che può poi essere estrapolata ed applicata e fatta funzionare in generale  in altri luoghi. Il vantaggio di tale approccio sta nel fatto che può  funzionare con normalissime immagini ottiche a buon mercato, anzi del tutto gratuite come quelle messe a disposizione da google. Riassumendo gli elementi di base sono:

  • Immagini satellitari o quantomeno da aereo
  • Immagini acquisite sulla stessa scena in periodi diversi dell’anno
  • La scena osservata non deve essere urbanizzata ma ricoperta di erba
  • La risoluzione delle immagini compatibile con le strutture ricercate

Applicazione

Sulla base di quanto esposto sin qui, mi sono concesso un esercizio, scegliendo una scena in tutt’altra parte, dal Tirreno sono passato all’Adriatico e in particolare alla Riserva Naturale Regionale della Sentina.  Ci troviamo proprio davanti alla fine della strada statale o consolare numero 4, ovvero la romana Salaria, nel comune di San Benedetto del Tronto,  alla foce del fiume Tronto, in basso nell’immagine che segue, la zona antistante il mare non è urbanizzata e si presta ad applicare lo stesso metodo usato per Ostia Antica.

Articolo per Occhio_1-4.jpg

Sappiamo dalle fonti storiche che da queste parti vi erano saline ma soprattutto vi erano caserme, che Giulio Cesare vi soggiornò,  tornando vittorioso dalla Gallia, che da dopo la riforma di Silla, fu terra di legionari, ma di reperti neanche l’ombra;  allora, mi sono chiesto,  è mai possibile che non vi sia rimasta traccia di tutto questo?  Qualcosa deve essere pur sopravvissuto alle,  pur cruenti, invasioni barbariche. Ma soprattutto se il metodo, sopra esposto, è galileiano deve essere ripetibile ed applicabile anche alla Sentina. La scelta, tra l’altro,  oltre a soddisfare criteri tecnici e storici probabilmente soddisfa anche criteri personali affettivi, infatti è in queste terre  che crebbe mio padre e sicuramente mi piace ricordarlo, libero e felice, insieme ai suoi fratelli e sorelle, mentre corre su questo polmone verde adriatico, magari a cavallo (monta a pelo ovviamente) o  in compagnia del suo fedele cane San Bernardo. Sono flash di racconti di mio padre sulla sua infanzia che mi legano sicuramente a questo territorio. Analizzando, la Sentina l’attenzione mi è caduta sul terreno mostrato nella figura che segue:

Articolo per Occhio_1

In questa prima immagine (zona centrale) possiamo notare delle macchie chiare e scure, che non sono dovute ad ombreggiatura, vista la mancanza di vegetazione nei dintorni, ma a umidità diverse o meglio a velocità diverse di asciugamento. Di sè per sé non dice granché ma è comunque un primo indizio. L’immagine che segue, presa in altro periodo, conferma tali sospetti ed accenna a possibili geometrie interrate.

Articolo per Occhio_1

Anche nell’immagine che segue emergono ulteriori sospetti basati sul modello descritto in precedenza.

Articolo per Occhio_1

Senza allungare ulteriormente il brodo, le tre immagini presentate poc’anzi,  forniscono globalmente tre diversi indizi, visto che le immagini sono state acquisite in tempi diversi, che sotto questo terreno vi possa essere una qualche struttura sotto terra. Certamente non possiamo averne la certezza matematica ma se si dovesse aprire una campagna di scavi, personalmente consiglierei vivamente di cominciare a scavare proprio sul terreno mostrato qui sopra. Un altro esercizio che mi sono concesso è in una zona a pochi chilometri di distanza ovvero quella di Monte Cretaccio, posto a me caro fin dall’infanzia, in quanto legato alle vicende di Re Federico II (si esattamente quello che pensate il grande Federico II). Nel 1242 Federico II mosse le sue truppe verso Ascoli per ristabilire, al governo della città,  la fazione ghibellina (pro imperatore come tutti sanno).  Nell’estate di quello stesso anno, a lavoro concluso, decise di concedersi un periodo di meritato  riposo, per farlo scelse il castello di Monte Cretaccio. Il castello di Monte Cretaccio, situato  nella parte collinare dell’attuale San Benedetto del Tronto, doveva essere un balcone sul mare Adriatico e degno di essere scelto per il riposo regale. Di quel castello restano pochi sassi affioranti, dimenticati da tutti,  persino da quell’industria turistica a cui questa storia dovrebbe far gola.

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Se affianchiamo a questa terrenissima foto alcune immagini ottiche satellitari della stessa zona, ci accorgiamo di qualcosa di sospetto. Guardante le aree cerchiate in verde come contrastano con il resto del terreno circostante.

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Dove in rosso è cerchiato il rudere emerso,  mentre in verde sono cerchiati possibili ruderi sotto il livello del suolo. Segue un’altra immagine, acquisita in periodo diverso dalla precedente, dove sono state evidenziate in verde le stesse possibili strutture.

Articolo per Occhio_1

Conclusioni

Lo scopo di questo articolo non è quello di fornire certezze assolute, ma forti dubbi, basandoci su un metodo semplice, del tutto gratuito,   accessibile a tutti coloro che hanno un buon livello di spirito di osservazione.  Soprattutto abbiamo messo in stretta relazione due discipline apparentemente lontanissime tra di loro ed alla vita dei più, come il telerilevamento satellitare e l’archeologia, facendo fare da trait d’union proprio quel territorio che poi è la cosa più vicina alla gente ed alla vita di tutti i giorni. Analoghi esercizi (studi) li sto conducendo sull’area archeologica di Cupra Marittima e l’area di Martinsicuro nelle vicinanze della foce del Tronto. Auspico tra l’altro che iniziative in tale direzione possano portare, in un futuro non troppo remoto, a fornire materiale turistico, da proporre e da affiancare alle già note ricchezze e bellezze di tale territorio.

 

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